Sabato, 01 Marzo 2014 14:44

Indicatori di sostenibilità d’impresa: l’importanza di un approccio costi benefici In evidenza

Scritto da 
Vota questo articolo
(3 Voti)

SOSTENIBILITA18

Note sugli indicatori “standard” proposti dal gruppo di lavoro  CSR Network – Istat

Il primo indicatore proposto dal gruppo di lavoro, “Valore economico generato e distribuito” include, in aggiunta alla remunerazione dei fattori produttivi (azionisti, soci e finanziatori, lavoratori dipendenti e Stato), le spese aziendali riguardanti le elargizioni liberali (donazioni e investimenti riguardanti la comunità) ed anche i costi operativi relativi ai “fornitori”.

Il riferimento del “Valore economico generato e distribuito”  a due indicatori Istat completamente diversi, quali i “ricavi” e il “valore aggiunto al costo dei fattori”, è fortemente contraddittorio. Come noto, il PIL è costruito a partire dal valore aggiunto delle imprese e non dai loro ricavi (tipico l’esempio di impresa che rivende internamente beni acquistati all’estero, caratterizzata da elevati ricavi ma basso valore aggiunto), per cui non si capisce la ragione di un incerto riferimento duale. La definizione di questo indicatore secondo i principi del GRI appare altrettanto confusa, là dove si riferisce che l’indicatore include, sia i “ricavi” che i “costi operativi”, due indicatori di segno opposto.

Mentre le spese per donazioni sono riconducibili a benefici economici esterni (in quanto erogate per scopi non direttamente connessi alle attività produttive aziendali) e, quindi, la loro inclusione fra i benefici economici apportati dall’impresa alla collettività è appropriata, appare del tutto ingiustificata l’inclusione di un’importante componente dei costi intermedi, quali i costi operativi di fornitura. I costi per i beni e servizi necessari per l’attività d’impresa non possono creare valore economico diretto, per il semplice fatto definitorio che sono un costo e non un beneficio, sia per l’impresa che per l’apporto diretto dell’impresa stessa al bilancio costi-benefici della collettività. Non è un caso che la contabilità economica nazionale europea definisca il valore aggiunto generato dall’impresa sia come remunerazione dei fattori produttivi che come ricavi al netto dei costi intermedi. E’ un principio contabile ovvio, secondo cui l’impresa genera valore economico positivo per la collettività nella misura in cui genera fatturato a partire dai costi dei beni e servizi che utilizza. Se non genera fatturato, i costi degli input costituiscono un costo diretto per la collettività. Maggiori i costi intermedi di fornitura dell’impresa a parità di  fatturato, minore il valore aggiunto generato dall’impresa e che va a  beneficio dei fattori produttivi lavoro, capitale e Stato. Minori i costi intermedi di fornitura per un dato fatturato, maggiore il merito dell’impresa nel generare valore economico positivo a beneficio della collettività.  Ovviamente, ciò non toglie che le attività di ogni impresa di fornitura concorrano alla generazione di valore aggiunto a beneficio per la collettività, ma ciascun fornitore concorre per la propria parte, in relazione alla propria struttura di ricavi e costi intermedi. L’inclusione dei costi di fornitura nell’indicatore di valore economico generato dall’impresa produce evidenti doppi conteggi. Mentre si intuisce la convenienza delle aziende a rivendicare la generazione di valore economico attraverso i rapporti di fornitura, è piuttosto curioso il fatto che il documento contraddica la definizione di valore aggiunto della contabilità nazionale. Vista l’importanza di questo primo indicatore sotto il profilo economico, auspichiamo che l’Istat possa riesaminare la questione, verificandone meglio la coerenza rispetto ai principi e alle definizioni della contabilità nazionale.

Un commento più generale riguarda le modalità di selezione dell’insieme di indicatori, che sono stati individuati in base ad un processo di espressione di giudizi sugli indicatori più importanti: “CSR Manager Network ha proceduto ad interrogare i CSR Manager e le società quotate italiane per approfondire il tema della loro rilevanza in termini di valutazione della competitività dell’azienda e dell’impegno sui temi della sostenibilità. Si è giunti in questo modo a selezionare 10 indicatori giudicati rilevanti per entrambe le dimensioni, e quindi considerati di particolare interesse per un’analisi di potenziale comparabilità.” Ne è uscito un insieme di indicatori che riflette un mix di approcci diversi alla valutazione di sostenibilità, senza tuttavia esprimere in maniera unitaria e omogenea il livello complessivo di sostenibilità di un’impresa. Infatti, mentre inizialmente viene formulato un indicatore di beneficio economico come il “valore economico generato e distribuito” (e –come abbiamo premesso- sarebbe stato più opportuno il valore aggiunto economico generato e distribuito dall’impresa), questo indicatore viene accompagna da indicatori ambientali importanti ma parziali. Sarebbe stato più opportuno utilizzare un indicatore di costo omogeneo a quello di beneficio economico, ovvero un indicatore che renda conto dei costi esterni ambientali e sociali complessivamente generati dall’impresa, derivante dall’aggregazione dei principali indicatori d’impatto ambientale e sociale.

Secondo l’ approccio costi benefici, la selezione degli indicatori di sostenibilità d’impresa avviene in virtù di un’analisi prima qualitativa (screening) e poi quantitativa, seguendo una procedura finalizzata ad un’aggregazione contabile finale, per somma delle diverse voci di costo e beneficio per la collettività, preliminarmente quantificate utilizzando appropriate metodiche di valutazione, basate su riferimenti scientifici riconosciuti. Lo spazio di giudizio, seppur ineliminabile, viene circoscritto alla fase iniziale di screening e nella maggior parte dei casi è supportato dalle evidenze empiriche sul tema in esame fornite dalla letteratura scientifica.

Un approccio costi/benefici all’individuazione degli indicatori di sostenibilità a livello d’impresa, quindi basato su un metro unificante di valutazione, di tipo economico, permetterebbe il soddisfacimento dei due principi di fondo richiesti dal GRI:

  1. il principio della materialità, che afferma la necessità che la rendicontazione di sostenibilità si riferisca ad argomenti e indicatori che riguardino gli impatti più significativi dell’organizzazione, è soddisfatto dalla valutazione dei costi esterni che, per l’appunto monetizza gli impatti più significativi secondo il metro di misura monetario;
  2. il principio della comparabilità, che afferma la necessità che il documento permetta le comparazioni interaziendali e intertemporali, può essere soddisfatto in misura molto più estesa e spinta dal metro unificante del valore economico rispetto a indicatori caratterizzati da unità di misura diverse, a patto ovviamente di realizzare il necessario lavoro di standardizzazione dei valori monetari unitari da adottare nell’analisi.

____________________________________________________________

Visita il nostro sito web: www.ecbaproject.eu

Sfoglia la nostra presentazione aziendale.

coverbrochure1

Per tenerti informato sui nostri studi e sulle nostre ricerche, seguici su Linkedin.

linkedin_company_pages_3

linkedin_group_4

Seguici su Google plus.

googleplus

Partecipa ai nostri sondaggi.

torta2

Letto 4489 volte Ultima modifica il Giovedì, 21 Gennaio 2016 19:11
ECBA Project

Analisi costi benefici di progetti e politiche di investimento

Sito web: www.ecbaproject.eu

Lascia un commento

Make sure you enter the (*) required information where indicated.
Basic HTML code is allowed.