Martedì, 28 Gennaio 2014 19:02

Valutazione ex-ante: quel libro dei sogni diventato legge, che non risveglia la politica In evidenza

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SENATO18

Nonostante il grande sviluppo che hanno avuto negli ultimi due decenni i metodi di valutazione delle esternalità ambientali, in realtà le tecniche valutative ex ante maggiormente utilizzate in Italia per gli aspetti ambientali negli ultimi anni sono state l’analisi energetica (soprattutto sotto la spinta del meccanismo dei TEE) e l’analisi delle emissioni di CO2 (carbon footprint, emissions savings, etc.), tecniche  non prive di vantaggi e di motivazioni politiche e normative al loro utilizzo, eppure per loro natura poco idonee a valutare in maniera  integrata un ampio insieme di fattori e impatti ambientali di natura eterogenea.

In alcuni ambiti, come la VIA e la VAS, ha avuto diffusione anche l’analisi multi-criteri, una tecnica a nostro parere utile in fase di screening dei fattori d’impatto, ma che nella fase finale della valutazione, quella di sintesi, non risolve il problema dell’arbitrarietà nella “pesatura” dei diversi aspetti ambientali. Nella valutazione delle esternalità ambientali, ampiamente utilizzata a livello comunitario e in alcuni Stati Membri, come la Germania e il Regno Unito, l’oggetto d’indagine è la disponibilità a pagare degli individui di una collettività per evitare determinati rischi sanitari o ambientali, e il metro di misura è monetario. Il grande vantaggio è di consentire una piena integrazione delle valutazioni economico-finanziarie e degli effetti sociali e ambientali di un progetto secondo un unico metro di misura. 

Il metodo di valutazione delle esternalità è democratico (sarebbe sufficiente misurare in maniera sistematica questa disponibilità a pagare). Quel che manca, nella valutazione ambientale, non è un metodo di valutazione adeguato -le decine di corsi di laurea in economia ambientale in tutto il mondo e le  centinaia di studi sulle esternalità e benefici ambientali, lo dimostrano.

Quel che manca è una cultura politica disposta a cedere spazi a valutazioni quantitative autenticamente popolari e partecipate sui temi del benessere pubblico, in particolare in Italia. Sarebbe bello vedere presto un telegiornale che si apre con la notizia che il governo ha aggiornato il VYOLL (ndr il valore di riferimento nazionale di un anno di vita statistica perduto, da utilizzare nella valutazione dei costi sociali dell’incidentalità stradale e degli effetti di mortalità dell’inquinamento atmosferico), oppure che il Ministro  dell’economia, d’intesa con quello delle Infrastrutture e Trasporti, ha fissato il valore di riferimento del tempo perso da individui e merci (da utilizzare nella valutazione dei costi esterni dovuti a fenomeni come la congestione stradale, i ritardi dovuti all’inefficienza del trasporto pubblico locale, gli scioperi “stupidi” - quelli che per affermare un diritto danneggiano i diritti altrui). Sarebbe bello veder germogliare fra i nostri concittadini, seppur sviliti da decenni di malgoverno, il bisogno di una politica nuova, strutturalmente indirizzata al benessere collettivo, dove quest’ultimo sia misurato con indicatori per verificare l’efficacia delle politiche, esattamente come si fa per i prezzi e per i tassi d’interesse, indicatori di benessere -misurati con metro monetario- che potrebbero essere più vicini dell’inflazione o dello spread nel monitorare gli interessi reali delle persone, come  la preoccupazione di incorrere in un incidente in una città a rischio, o la paura di veder cronicizzare una  bronchite persistente.

Se a qualcuno questi esempi sembrano fantascienza, sappia che dovrebbero essere la realtà di oggi. Nella fase più acuta dell’emergenza finanziaria, il dgls 228/2001 prima, e il DMPC 3 agosto 2012 poi, hanno infatti introdotto l’obbligo per le amministrazioni centrali di adottare l’analisi costi benefici per la valutazione ex ante degli investimenti pubblici di propria competenza, richiamando i manuali comunitari e internazionali esistenti fra le metodiche da utilizzare nella valutazione di utilità pubblica, come gli aspetti ambientali. La normativa necessaria per iniziare a realizzare politiche orientate al benessere collettivo, inteso come obiettivo misurabile, è stata già partorita. E’ in vigore da un anno, ma è completamente inattuata. Dove si è nascosto chi l’ha generata? Dov’è la politica? Dove i telegiornali?

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Letto 3094 volte Ultima modifica il Giovedì, 21 Gennaio 2016 19:12
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